Il costo del lavoro nero*

Lavoro neroLa Fondazione Studi Consulenti del Lavoro – su dati del Ministero del Lavoro, Inps e Inail 2014/2015 – ha elaborato e pubblicato uno studio sul costo del lavoro nero per la collettività: è stata stimata l’incredibile cifra di 25 miliardi di euro di mancato gettito nelle casse dello Stato. La stima del mancato gettito si basa sulla media delle giornate sottratte agli oneri sociali.

In media un lavoratore ha 241 giornate l’anno di lavoro retribuite e la retribuzione media giornaliera è pari a 86,80 euro (come si può leggere nell’ultimo Rapporto coesione sociale 2013, prodotto da Ministero del Lavoro, Inps e Istat). Se consideriamo che la retribuzione annua non assoggetta a oneri ammonta a 41,8 MLD di euro, il mancato gettito previdenziale è di 14,6 MLD di euro (aliquota del 35% calcolata in media tra le classi di contribuzione), il mancato gettito fiscale è di 9,3 MLD di euro (aliquota media del 24,5% al netto di detrazioni fiscali) e il mancato gettito Inail è di 1,2 MLD euro (aliquota media del 27‰).

In Italia sono presenti circa 6 milioni di imprese registratealle Camere di commercio, oltre a 1 milione di ulteriori aziende e/o organismi non iscritti. Nel corso del 2014 sono state ispezionate 221.476 aziende da Ministero del Lavoro, Inps e Inail. Da quest’attività di vigilanza sono stati scoperti 77.387 rapporti di lavoro non denunciati, quindi gestiti “in nero”. Si tratta di una percentuale del 34,94%. Nel primo semestre 2015 è andata un po’ meglio, ma su 106.849 imprese ispezionate da Ministero del Lavoro, Inps e Inail, sono stati individuati circa 31.394 lavoratori totalmente “in nero”, ossia il 29,38%. In media ogni tre aziende ispezionate si scopre un lavoratore totalmente non registrato. Tenuto conto dei sopracitati dati forniti daMinistero del Lavoro, Inps e Inail, la stima nazionale è di oltre 2 milioni di soggetti che ogni anno lavorano completamente in nero. Si tratta di lavoratori completamente sconosciuti alle autorità.

I dati 2014/2015 risultano in linea con quanto diffuso ufficialmente negli anni precedenti. “Sono dati che devono fareriflettere sia dal punto di vista della sicurezza sociale che dal punto di vista economico-finanziario”, commenta Rosario De Luca, Presidente Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. “Avere rapporti di lavoro regolari crea certamente unalimitazione ai casi di tragico sfruttamento, d’attualità purtroppo non solo in questi giorni. E metterebbe a disposizionedella collettività cifre molto importanti, vicine a quelle di una Legge di Stabilità. Al decisore politico spetta creare lecondizioni normative per incentivare le assunzioni, ad esempio con la riduzione strutturale del costo del lavoro; agli imprenditori di regolarizzare i propri dipendenti”, conclude De Luca.

Ad essere colpite dal mancato gettito ci sono anche le regioni. Portando ad esempio la Calabria, vediamo che al 31 dicembre 2014 le risorse economiche sottratte a vario titolo all’erario regionale sono pari a 2 miliardi di euro l’anno. Questo è un dato diffuso dalla Commissione regionale per l’emersione del lavoro non regolare, presieduta da Benedetto Di Iacovo. La stessa commissione ha prodotto un rapporto sull’argomento, in collaborazione con il Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, diretto da Domenico Marino.

Nel X rapporto sull’Economia Sommersa e il Lavoro non Regolare in Calabria, spiega una nota, “viene anche tracciato il quadro strutturale dell’economia e del mercato del lavoro calabrese. Il lavoro nero e l’economia non regolare costituiscono, come si è ampiamente detto fino ad oggi e nei precedenti rapporti, un indicatore di un utilizzo non efficiente dei fattori produttivi, di evasione fiscale e contributiva di disagio economico e sociale”. Inoltre, “il lavorosommerso comporta tutta un serie di costi sociali che uniti a quelli economici lo rende una piaga da combattere con forza”, afferma la nota.

Il rapporto suggerisce anche la realizzazione di “politiche per governare i processi di cambiamento e di innovazione che, necessariamente, dovranno caratterizzare la regione nei prossimi anni per aumentarne il livello di competitività”. La Calabria deve innovare e crescere economicamente “se si vuole assicurare ai giovani non un lavoro qualsiasi o contagiato da forme irregolari o elusive delle norme contrattuali, ma un lavoro regolare e di qualità”.

Il lavoro nero, e lo sfruttamento che ne discende, sono lo specchio di un Paese che non perdona ai giovani la pretesa di voler essere indipendenti e il desiderio di un futuro meno precario.

*Articolo pubblicato anche su Helios Magazine (http://www.heliosmag.it/)

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